PREFAZIONE

Il viaggio batteristico di un ragazzino innamorato della batteria e della fotografia. Un inseguimento costante dei suoi beniamini, di coloro che hanno scritto la storia di questo strumento. La musica come centro di tutto, racchiusa nei musicisti, nella loro arte e nell’ideologia di chi li ascolta.
Averli davanti, anche solo per una sera, per una fotografia, per 1/125 di secondo, e poter dire: “Ti restituisco le emozioni che mi hai donato in tutti questi anni in cui ti ho ascoltato.”
Ho scelto loro, tra i batteristi che ho amato e che amo an-cora, perché quel ragazzino vive ancora, vive grazie anche alla musica.
Cinque batteristi, cinque icone: Simon Phillips, Lele Melotti, Benny Greb, Ash Soan, Peter Erskine. Cinque mondi che si incontrano nel mirino della mia macchina fotografica.
Dal ricordo di una sera d’estate a Torino, io, mio padre e Max Roach davanti a noi, comincia un lungo percorso che lega fotografia e musica o, meglio, il musicista, in un para-dosso formidabile, quasi crudele, nel voler fotografare un batterista nel suo ritmo, che per sua stessa natura vive esclusivamente nel suo farsi e nel suo svanire: è l’arte su-prema del tempo che passa. La fotografia, al contrario, è l’arte di quell’istante che si ostina, aggrappandosi all’arte visiva dei ricordi, rifiutandosi di passare. Congelare un groove – l’essenza stessa del movimento – nella frazione infinitesimale di un 1/125 di secondo è, a pensarci bene, un atto di superbia e di disperazione insieme. Eppure, è esattamente quello che ho cercato di fare per gran parte della mia vita.
Se chiudo gli occhi, il nastro della memoria si riavvolge, saltando i decenni per fermarsi inesorabilmente a quella sera d’estate del 1994 con mio padre accanto a me, la macchina fotografica appesa al collo, due bicchieri di plastica colmi di birra e l’arroganza meravigliosa, cieca e invincibile dei diciannove anni, quando credevo che la vita fosse una rullata continua tra i tom e i timpani della mia batteria, un insieme di suoni da domare, non sapendo che la vera grandezza di un musicista – e, a ben guardare, di un uomo – non è nella quantità di battiti che riesce a infilare a forza in una battuta di un pentagramma o nella vita, ma nello spazio che ha il coraggio, e l’eleganza, di lasciare vuoto.
Quando inquadri Simon Phillips, non vedi semplicemente un musicista: osservi lo studio di una vita. Quando ascolti Lele Melotti, avverti la presenza di un uomo che ha tenuto dritta la colonna vertebrale della discografia italiana. Benny Greb mi ha dimostrato che il ritmo come la vita è una sin-tassi rigorosa ma anche divertente e ironica; Ash Soan mi ha dimostrato che un vecchio mulino di mattoni nel Norfolk può macinare un pocket così denso da far ballare l’intero pianeta. E Peter Erskine… Peter mi ha ricordato, con la sua calma olimpica, che la suddivisione ritmica di un musicista è nuda e rivelatrice quanto un’impronta digitale.
Ma cos’è, in fondo, questo “battito nascosto” che dà il titolo al mio viaggio? Non è il clic di un metronomo. Il battito nascosto è l’intenzione, la “ghost note” che non senti con i timpani, ma che ti fa muovere e ti dà l’energia di saltare, ballare, vivere. È l’umiltà di un grande musicista che si ferma, mette da parte la sua grandezza e ti dona la sua per-sona e la sua musica. Ho cercato di far scattare la mia vecchia Nikon esattamente in quel “mezzo piano”, in quello spazio di sospensione dove il musicista smette di pensare alla tecnica e inizia semplicemente a essere l’artista che è.
C’è una certa, inevitabile malinconia in tutto questo. Non posso, e non voglio, nasconderla. È la malinconia dolce di chi osserva il proprio tempo fluire. I miei eroi musicali, che un tempo mi sembravano dèi immortali stampati sui vinili, oggi hanno i capelli bianchi, occhiali da vista e volti solcati dalle tournée. E anch’io, che un tempo sognavo di spaccare il mondo chiudendo gli occhi in cameretta, ora porto l’attrezzatura sentendo il peso fisico degli anni sulle spalle, camminando alle quattro del mattino nelle stazioni buie per raggiungere un teatro. Eppure, vi assicuro che non c’è una sola goccia di tristezza in questa consapevolezza. C’è, al contrario, una gratitudine feroce e luminosa. Abbiamo il privilegio immenso di invecchiare, di affinare i sensi, di capire finalmente la differenza tra il rumore inutile e la vera musica.
Questo libro è un atto di restituzione stampato su carta. Ai maestri che si sono concessi al mio obiettivo, abbassando le difese nel buio dei teatri, io dico: eccovi! Vi restituisco le emozioni che mi avete regalato in tre decenni di ascolto de-voto.
A voi, invece, che vi apprestate a sfogliare queste pagine, chiedo una cosa sola: non guardate queste fotografie come se fossero immagini mute. Ascoltatele. Quando le luci si spengono, quando il sipario si chiude e i tecnici iniziano a smontare, c’è un momento di vuoto assoluto in cui la mu-sica sembra finita. Ma se tendete l’orecchio, se guardate bene le espressioni, le mani e i sorrisi a volte stanchi di questi giganteschi maestri del ritmo, lo sentirete. Quel battito è sempre lì, dentro di loro, dentro di noi, a scandire, implacabile e bellissimo, il ritmo imperfetto di ciò che siamo.
Questo è il battito nascosto, un battito che parla di musica, di gioia, di malinconia. Un battito che non se ne va.

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