La Prima Fotografia

Erano due anni che studiavo batteria. Iniziai l’avvicinamento alla musica con mio padre per maestro. Da piccolino mi era rimasta nel cuore e negli occhi quella Premier nera in un circolo dopolavoro comunista, probabilmente a riposo dopo l’ennesima festa dell’Unità. Mio zio mi chiese se volessi provarla, ma no, lei no, una dea intoccabile. Mio fratello la provò, e a quel frastuono scoordinato rabbrividii al pensiero di quel disco che invece a casa suonava nelle sere in cameretta, di un gruppo chiamato “The Police”.

Non avevamo la possibilità che io andassi a scuola di musica, e a quindici anni, chi mi insegnava questo strumento era un amico coetaneo che, fortuna sua, studiava batteria con il maestro Gandino. Un’istituzione a Torino. Insieme al Centro Jazz di Via Pomba, erano i due posti in cui sarei voluto crescere musicalmente. Ogni tanto bazzicavo in queste due scuole, con qualche scusa cercavo di rimanere in contatto con queste realtà. Mi piaceva l’esuberanza del maestro Gandino: trovava il ritmo anche mentre camminava nel corridoio delle sale studio.

Quel giorno lo ricordo come ieri. Andai da lui. Non per iscrivermi alla sua strepitosa scuola, ma con l’entusiasmo nel cuore, fiero, quasi vanitoso, gli dissi: “Maestro, lo scorso weekend ho fotografato Max Roach!” Lui mi guardò, con quella sua calma da vero maestro. Poi, senza scomporsi, mi rispose con un ghigno: “Potevi venire qui a scuola… È stato ospite a casa mia, ed è partito solo stamattina.”

In quell’istante, tutto il mio orgoglio svanì, lasciando spazio a un misto di ingenuità e riverenza. Ma al di là della beffa, che oggi mi strappa ancora un sorriso, quel ricordo ha un altro volto, più profondo.,

Quella sera, a Torino, c’ero io con la macchina fotografica. E c’era mio padre.

Torino ospitava il JVC Festival Jazz in un posto iconico per la città: i Giardini Reali. Per chi ama Torino, questo luogo contiene una grande storia. Ma al di là di questo, quella sera ci sarebbe stato lui, uno dei più grandi batteristi del Pianeta. Era l’estate del 1994, e il ricordo vivido mi riporta a me con due bicchieri di plastica colmi di birra, mentre mi allontano dal chiosco al centro dei Giardini Reali cercando dove mio padre avesse preso posto. Il suo gesticolare mi riempì di orgoglio verso di lui… Grande papà, posto in prima fila. Insieme, seduti davanti a una leggenda.

Max Roach riempì il suo turno d’onore con delle performance incredibili e la sua Ludwig era semplicemente un’estensione della sua intelligenza e sensibilità batteristica.

Furono due ore, non di concerto, ma di lezioni batteristiche, due ore impossibili da dimenticare. Poi sul finale del con-certo prese solo il charleston dalla sua Ludwig, nient’altro. E da quell’unica coppia di piatti tirò fuori un assolo pazzesco. Fu un incanto, un incantesimo. Io e mio padre ci guardammo e ridemmo, come bambini davanti a un trucco impossibile. Quel tecnicismo, quella finezza, quella sintesi estrema del genio ci lasciarono storditi e felici.

Mi alzai dal mio posto e mi avvicinai il più possibile al palco. Aprii il diaframma del mio 50mm e misi il tempo dell’impossibile! Il trentesimo, impossibile nei concerti, ma lì era o la va o la spacca! E nel momento esatto in cui l’otturatore scattò, ebbi l’intima certezza di avere quello che per me era l’impossibile.

Scattai in sequenza per sicurezza, con la leva a metà corsa in modo da fare più in fretta e avere la raffica di tre. La sua immagine con le bacchette tese verso il cielo, verso l’Olimpo, non degli dèi, ma delle persone che regalano sé stessi alla storia e a chi ama la loro arte.

Era estate, era Torino ed era una sera che non se ne sarebbe più andata.

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